L'Ara Pacis Augustae è un altare dedicato da Augusto nel 9 a.C. alla Pace, intesa come dea romana, e posto in una zona del Campo Marzio consacrata alla celebrazione delle vittorie, luogo emblematico perché posto a un miglio (1 472 m) dal pomerium, limite della città dove il console di ritorno da una spedizione militare perdeva i poteri ad essa relativi (imperium militiae) e rientrava in possesso dei propri poteri civili (imperium domi).
Questo monumento rappresenta una delle più significative testimonianze dell'arte augustea ed intende simboleggiare la pace e la prosperità raggiunte come risultato della Pax Romana. Il 4 luglio del 13 a.C., infatti, il Senato decise la costruzione di un altare dedicato a tale raggiungimento in occasione del ritorno di Augusto da una spedizione pacificatrice di tre anni in Spagna e nella Gallia meridionale.
La dedica, cioè la cerimonia di consacrazione solenne, non ebbe però luogo fino al 30 gennaio del 9 a.C., data importante perché compleanno di Livia, moglie del princeps.
La scoperta dei primi blocchi scolpiti, appartenenti all'altare, risale alla metà del XVI secolo, in corrispondenza di Palazzo Fiano (già Peretti, ora Almagià). Solamente nel 1859 furono recuperati il rilievo di Enea e la testa di Marte del rilievo del Lupercale. Nei primi anni del XX secolo furono intrapresi scavi regolari, conclusi nel 1938 quando, ricomposte tutte le parti, l'altare fu collocato presso il Mausoleo di Augusto, a ridosso del lungotevere e ad una certa distanza dal luogo in cui il reperto fu originariamente ritrovato.
Il Colle Palatino è uno dei sette colli di Roma, situato tra il Velabro e il Foro, ed è una delle parti più antiche della città
Il colle Palatino è alto 70 metri e guarda da un lato sul Foro Romano e dall'altro sul Circo Massimo. Il sito è ora un grande museo all'aperto e può essere visitato durante il giorno. L'ingresso si trova vicino all'Arco di Tito nel Foro Romano.
La leggenda vuole che Roma ebbe le sue origini sul Palatino. In effetti, scavi recenti hanno mostrato che delle popolazioni vi abitavano già nel 1000 AC circa. Secondo la mitologia romana, il Palatino fu il luogo dove Romolo e Remo vennero trovati dalla Lupa che li tenne in vita. Secondo questa leggenda, il pastore Faustolo trovò gli infanti e, assieme a sua moglie Acca Larentia, allevò i bambini. Quando Romolo, ormai adulto, decise di fondare una nuova città, scelse questo luogo.
Gli Imperatori Romani costruirono i loro palazzi sul Palatino. Le rovine dei palazzi di Augusto, Tiberio e Domiziano sono ancora visibili. Lo stesso termine palazzo deriva da Palatino.
Augusto acquistò la casa dell'oratore Ortensio, situata accanto alla cosiddetta "casa di Romolo" ancora esistente, secondo la tradizione, nel 31 a.C., la ampliò con l'acquisto di case vicine e vi dimorò senza tuttavia farne un palazzo vero e proprio. Una parte della residenza era riservata alla moglie Livia, la cosiddetta "Casa di Livia". Attualmente le due residenze non sono aperte al pubblico. Nell'ambito della residenza, Augusto edificò il tempio di Apollo Palatino, con un ampio portico e biblioteche.
Successivi ingrandimenti della residenza imperiale si devono a Tiberio e a Caligola. Nerone vi aveva fatto costruire la domus Transitoria e i giardini che collegano il Palatino all'Esquilino.
In epoca moderna il colle fu proprietà della famiglia Farnese e fu occupato dagli Horti Palatini Farnesiorum, o Giardini, tuttora in parte conservati al di sopra dei resti della Domus Tiberiana. Alcuni edifici o apprestamenti architettonici sono stati risparmiati dagli scavi, condotti sul colle a partire dal XIX secolo.
La Via Appia Antica era una strada romana che collegava Roma a Brindisi, il più importante porto per la Grecia e l'Oriente nel mondo dell'antica Roma. L'Appia è probabilmente la più famosa strada romana di cui siano rimasti i resti, la sua importanza viene confermata dal soprannome con il quale i Romani la chiamavano: regina viarum.
I lavori per la costruzione iniziarono nel 312 a.C., per volere del console Appio Claudio Cieco (Appius Claudius Caecus, appartenente alla Gens Claudia), che fece ristrutturare ed ampliare una strada preesistente che collegava Roma alle colline di Albano. Il percorso originale dell'Appia Antica collegava l'Urbe (partendo da Porta Capena, vicino alle Terme di Caracalla) con Aricia (Ariccia), il Foro Appio, Anxur (Terracina), Fundi (Fondi), Itri, Formiae (Formia), Minturnae (Minturno), Sinuessa (Mondragone) e Capua. Da Capua proseguiva per Vicus Novanensis corrispondente all'attuale Santa Maria a Vico e superando la Sella di Arpaia raggiungeva, attraverso il ponte sul fiume Isclero, Caudium (Arpaia) e di qui, costeggiando il monte Mauro, scendeva verso Apollosa ed il torrente Corvo, su cui, a causa del corso tortuoso di questo, passava tre volte, utilizzando i ponti in opera pseudosidoma di Tufara, di Apollosa e Corvo. Questi furono distrutti durante la seconda guerra mondiale e sono stati ricostruiti insieme a quello sul fiume Isclero con la massima fedeltà: i primi due a tre arcate e l'ultimo a due. Con l'eccezione del ponte di Tufare, tutti gli altri sono stati ricostruiti nel luogo originario. È dubbio quale percorso seguisse l' Appia da quest'ultimo ponte fino a Benevento, rimane però accertato che essa vi entrava passando sul Ponte Leproso o Lebbroso, come indicato da tracce di pavimentazioni che conducono verso il terrapieno del tempio della Madonna Delle Grazie da cui poi proseguiva nel senso del decumano, cioè quasi nel senso dell’odierno viale San Lorenzo e del successivo corso Garibaldi, per uscire dalla città ad oriente e proseguire alla volta di Aeclanum (Mirabella Eclana), come testimoniano fra l'altro sei interessanti cippi militari conservati nel Museo del Sannio. L’Appia raggiungeva poi il mare a Tarentum (Taranto). Un'importante stazione era presente nella città di Uria (Oria) e da qui terminava a Brundisium (Brindisi) dopo aver toccato altri centri intermedi. I lavori di costruzione si protrassero fino al 190 a.C., data in cui la via raggiunse come si è detto il porto di Brindisi. Era fiancheggiata nelle prime cinque miglia da sepolcri e tombe spesso sontuose (celebre fra tutte, quelle di Cecilia Metella).
A partire da Benevento Traiano la prolungò fino a Brindisi,facendone la principale arteria del traffico tra occidente ed oriente. Dal porto di Brindisi salpò Federico II in direzione della Terra Santa; nel medio evo, l'Appia divenne con la via Traiana, la via dei crociati.
La Via Appia Traiana avrebbe poi subito dopo collegato in maniera più lineare Benevento con Canosa (Canusium) e Bari (Barium).
La strada dimenticata per secoli fu riscoperta durante il periodo rinascimentale e ristrutturata nella maniera in cui è possibile ripercorrerla oggi. A dispetto di quanto si possa pensare l'Appia antica fu costruita con perizia e precisione degna dei migliori ingegneri moderni tanto da essere percorribile con ogni tempo e mezzo grazie alla pavimentazione che la ricopriva. Mentre sul semplice sterrato infatti gli agenti atmosferici, primo fra tutti la pioggia, rendevano difficili il cammino dei mezzi di trasporto a ruote, la presenza delle grandi pietre levigate e perfettamente combacianti che costituiscono il fondo della via permettevano la circolazione in qualunque condizione meteorologica. La pavimentazione poggiava a sua volta su di uno stato pietrisco che colma una trincea artificiale per assicurare la tenuta del drenaggio.
Si tratta di una tecnica nuova e rivoluzionaria: è a partire da una tale innovazione che la Repubblica e l'Impero potranno costruire la vastissima rete stradale del mondo romano. Quasi sempre rettilinea, larga circa tre metri, misura che permette la circolazione nei due sensi, affiancata da un duplice percorso pedonale, l'Appia si merita ben presto,l'orgoglioso appellativo di Regina delle strade, come detto sopra "Regina Viarum".
L'Isola Tiberina è un'isola, con una forma che ricorda quella di una barca, formatasi nel tratto in cui il Tevere attraversa Roma vicino al Campidoglio.
Lunga circa 270 m, e larga quasi 67m nel punto più largo, l'isola è famosa perché vi sorgeva il Tempio di Esculapio, il dio greco della medicina.
Una leggenda narra che dopo la caduta di Tarquinio il Superbo, il popolo romano ne gettò il corpo nel Tevere, nel punto dove poi sorgerà l'isola; sul corpo depositato sul fondo del fiume si accumularono sabbia e detriti, dando il via al formarsi dell'isola.
Per un'altra versione di questa leggenda, i romani raccolsero il frumento ed il grano dell'odiato re, e lo gettarono nel Tevere nel punto dove poi si formò l'isola.
A causa delle sue oscure origini, l'isola tiberina era considerata dai romani un posto di cattivo presagio, tanto che fin quando non vi fu costruito il tempio, evitavano di recarsi sull'isola, e solo i peggiori criminali erano condannati a passarvi il resto della loro vita.
La forma dell'isola, che somiglia molto a quella di una barca, è quasi tutto quanto rimane del grande tempio che qui sorgeva.
Si narra che nel 293 a.C. Roma fu colpita dalla peste. Dopo aver consultato i Libri Sibillini, il Senato romano decise di costruire un tempio dedicato ad Esculapio, il dio greco della medicina, e allo stesso tempo organizzò una delegazione per ottenere la statua del dio.
Al ritorno della delegazione, mentre questa risaliva il fiume, un serpente, il simbolo del dio, fu visto scivolare via dalla barca e nuotare verso l'isola. Questo fatto fu considerato come la volontà di Esculapio di scegliere il posto dove far sorgere il tempio a lui dedicato.
Il Tempio fu edificato sull'isola e la peste terminò di flagellare Roma.
L'evento miracoloso impressionò così tanto i romani che l'isola fu resa somigliante ad una nave romana.
Rivestimenti in travertino furono aggiunti alle rive, scolpiti a somiglianza della prua e della poppa, ed un obelisco fu eretto nel mezzo dell'isola, a raffigurazione del pilone di una nave; infine mura circondarono tutta l'isola, così che questa divenne verosimilmente la raffigurazione di una nave.
Alcuni resti del rivestimento sono ancora visibili nella parte orientale e parte dell'obelisco che qui sorgeva è custodito nel Museo Nazionale di Napoli.
Per la sua posizione al centro del fiume, l'Isola si prestava ad essere - in caso di necessità - separata dalla città e luogo di isolamento essa stessa.
Nel Medioevo la struttura templare venne infatti utilizzata come residenza fortificata dei Pierleoni, ai quali successero i Caetani. Il palazzo Pierleoni Caetani divenne poi convento francescano dal XVI al XVIII secolo e adibito, in caso di pestilenza, a lazzaretto; nel '900 fu concesso in uso all'Ospedale israelitico, che vi mantiene ancora un ambulatorio.
La parte a monte dell'Isola, edificata ex novo dopo la guerra, ospita ora l'Ospedale Fatebenefratelli, uno dei più rinomati della città.
L'accesso all'Isola avviene tramite il Ponte Fabricio e il Ponte Cestio.
Dalla punta meridionale, oltre che dal Lungotevere, è visibile poi il Ponte Emilio, comunemente noto come Ponte Rotto.
Ostia è un'antica città costiera romana, una volta affacciata sul Mar Tirreno, e ora a circa 2 km dalla costa. Il nome in latino si riferisce alla foce (Ostium) del Tevere. Fu fondata dai quiriti che intendevano dotarsi di un naturale sbocco sul mare. Era il porto dell'antica Roma e forse la sua prima colonia.
Oggi il territorio di Ostia Antica fa parte del XIII Municipio del comune di Roma.
633 a.C.. Questa è la data che ricorre maggiormente quando si parla della nascita di Ostia. La tradizione affida la creazione dell'insediamento ad Anco Marzio, quarto re di Roma. Studi più approfonditi fanno ritenere che il periodo esatto sia nel IV secolo a.C.. Teoria rafforzata dal ritrovamento del Castrum, un piccolo nucleo abitativo cinto da mura, datato 330 a.C..
Già nel 278 a.C., vi sbarca la flotta Cartaginese, inviata in aiuto dei Romani nella guerra contro Pirro. Il grande sviluppo però, inizia solo poco dopo, quando fu istituita la Questura Ostiense, nel 266 a.C.. È il primo passo che permetterà in pochi anni un radicale cambiamento di Ostia, sia sotto il profilo edilizio e urbanistico, sia per quello che riguarda il commercio e i collegamenti con altre civiltà. La piccola cittadella si trasforma in una vera città romana, che viene ingrandita, cinta di nuove mura, preparandosi così agli sviluppi futuri. Piu' tardi il senato capitolino esonera il suo scalo marritimo dal pagamento dei tributi e sancisce nei fatti un'appartenenza alla città che le deriva dalle origini e dalla funzione a cui fu preposta. Nel 217 a.C. da Ostia partono le navi per portare gli approvvigionamenti per l'esercito romano che si trova in Iberia e nel 212 vi sbarca il grano proveniente dalla Sardegna. Nel 211 a.C. Ostia costituisce la base da cui partono le trenta quinqueremi di Publio Cornelio Scipione, dirette in Africa alla conquista definitiva di Carthago.
Era importante per il porto, che riceveva navi cariche di cereali, olio e di garum prevenienti da tutto l'impero e in primo luogo dalle province della Sicilia, dell'Egitto antico, dell'Africa e della Sardegna. Le merci venivano trasbordate su imbarcazioni più piccole che le trasportavano a Roma risalendo il fiume. In genere venivano stivate agli Horrea di Testaccio.
In periodo repubblicano la città era considerata l''emporium di Roma, dove fare acquisti nei numerosi negozi e depositi. Furono costruite eleganti case ad atrium e peristilio, con strade fiancheggiate da colonne. Vennero costruite le fogne che correvano sotto le strade e creata una necropoli fuori dalle mura.
Il mausoleo di Augusto è un imponente monumento funerario del I secolo a.C., di pianta circolare, situato a Roma. Originariamente occupava parte dell'area nord della zona chiamata Campo Marzio.
Il mausoleo venne iniziato da Augusto nel 29 a.C. al suo ritorno da Alessandria, dopo aver conquistato l'Egitto e aver sconfitto Marco Antonio nella Battaglia di Azio del 31 a.C.. Fu proprio durante la visita ad Alessandria che ebbe modo di vedere la tomba in stile ellenistico di Alessandro Magno, probabilmente a pianta circolare, da cui trasse ispirazione per la costruzione del proprio mausoleo. I riferimenti all'ellenismo, oltre alle scelte politiche di Ottaviano, trovano conferma nella decisione di erigere una sepoltura dinastica simile sia a quella di Alessandro Magno che al Mausoleo di Alicarnasso, costruito attorno al 350 a.C. in onore al re Mausolo.
Il primo ad essere stato seppellito nel Mausoleo fu Marco Claudio Marcello, il nipote di Augusto morto nel 23 a.C., insieme alla madre di Augusto, Ottavia. Seguirono poi Marco Vipsanio Agrippa, Druso maggiore, Lucio e Gaio Cesare. Augusto venne sepolto nel 14, seguito da Druso Minore, Livia e Tiberio. Non sappiamo se Vespasiano e Claudio vennero sepolti qui. Caligola posò le ceneri della madre Agrippina e e dei fratelli Nerone Cesare e Druso Cesare; in seguito vi furono portati i resti di Giulia Livilla. Nerone, come in precedenza la figlia di Augusto, Giulia maggiore, venne escluso dalla tomba dinastica.
L'ultimo ad essere seppellito all'interno del Mausoleo fu Nerva, nel 98. Il suo successore, Traiano, venne infatti cremato e le sue ceneri vennero poste in un'urna d'oro ai piedi della Colonna Traiana.
Dopo essere stato deturpato da secoli di saccheggi ed essere stato tramutato addirittura in una terrazza per la coltivazioni di viti, tra il 1936 e il 1938 venne liberato dal progressivo interramento della struttura. Il Mausoleo si trova oggi al centro della sistemazione urbanistica, in ordine con il piano regolatore del 1931 che prevedeva la sistemazione del Mausoleo, realizzata dall'architetto Vittorio Ballio Morpurgo negli anni a cavallo tra il 1937 e il 1940.
Il Colle Celio è uno dei sette colli su cui venne fondata Roma.
Il mons Caelius fu inserito nel perimetro cittadino già con Romolo, ovvero con Tullo Ostilio o Anco Marzio. Si trova menzionato nell'elenco del Saeptimontium (v. sette colli di Roma) e fece parte della I regione cittadina (Suburana) nella suddivisione serviana. Nella nuova suddivisione augustea costituì la II regione (Caelimontium).
In origine il nome doveva essere Querquetulanus mons per la ricchezza di querce, mentre l'origine del nome Caelius viene concordemente fatta risalire all'etrusco Celio Vibenna.
Il Caeliolus (o Caeliculus o Caelius Minor) corrisponde ad una sezione del colle, forse quella più occidentale, verso la valle poi occupata dal Colosseo, oppure quella attualmente occupata dalla chiesa dei Santi Quattro Coronati.
Sul lato rivolto verso il Colosseo, nel punto più elevato sorse il tempio del Divo Claudio, dedicato all'imperatore Claudio, divinizzato dopo la morte.
Dai resti rinvenuti nell'area del colle si può ricostruire una fase edilizia abitativa cospicua nella seconda metà del II secolo DC, mentre edifici precedenti del I secolo AC furono probabilmente distrutti da un incendio del 27 DC. Nel IV secolo DC vi avevano sede ricche domus inserite in vasti parchi, come quelle delle famiglie dei Simmaci (presso cui sorse la basilica hilariana: v. Basiliche civili) e dei Tetrici e quella di Fausta (domus Faustae), forse identificabile con la moglie di Costantino. Le proprietà degli Annii e di Domizia Lucilla (della famiglia di Marco Aurelio) e dei Quintilii, entrarono a far parte della domus Vectiliana di Commodo.
Nella parte extraurbana del colle sorsero diverse caserme per le truppe di stanza nella capitale: in corrispondenza della chiesa di Santo Stefano Rotondo erano sorti i castra peregrina (costruiti in epoca traianea e restaurati più volte nei secoli successivi), mentre la sede della V coorte dei vigili (statio cohortis V vigilum).
In un possedimento della famiglia dei Laterani Settimio Severo fece edificare tra il 193 e il 197 DC i castra nova equitum singularium ossia una nuova caserma per il corpo di cavalieri della guarda imperiale, di fronte alla vecchia caserma costruita sotto Traiano (castra priora equitum singularium). Quando il corpo militare fu sciolto da Costantino l'area dell'accampamento severiano fu in parte occupata dalla nuova basilica dedicata al Salvatore che divenne poi San Giovanni in Laterano.
Gli edifici del Celio furono fortemente danneggiati durante il sacco di Alarico del 410 DC e a partire da quest'epoca si vanno accentuando sul colle abbandono e ruralizzazione.
Nel VI secolo fece parte della II regione ecclesiastica Per la presenza della basilica lateranense, per l'intero colle venne spesso utilizzato il toponimo di "Laterano". La costruzione del "Patriarchio", probabilmente ancora nel VI secolo, diede luogo alla creazione di diversi tituli (i più antichi luoghi di culto cristiani, spesso ambienti di case private; v. Chiesa cristiana (architettura)) e xenodochia (centri di assistenza e accoglienza per pellegrini e ammalati).
Nuove chiese continuano a sorgere, inizialmente in sostituzione e sopra i precedenti tituli, più tardi indipendentemente da essi, come Santi Giovanni e Paolo, di San Clemente, dei Santi Quattro Coronati, di Santa Maria in Domnica, di Santo Stefano Rotondo, di San Giovanni a Porta Latina, di San Gregorio.
Vi furono inoltre fondati monasteri, circondati da fondi e alcune torri delle famiglie nobiliari, del X e XI secolo. Una nuova distruzione viene subita con il sacco del 1084. A partire dal XII secolo fece parte della regio Montium, che si estendeva fino al Quirinale.
Attualmente il Celio è compreso nell'omonimo rione e vi sorge, proseguendo la tradizione assistenziale, l'Ospedale militare del Celio.
Largo di Torre Argentina è una piazza di Roma situata nell'antica zona di Campo Marzio che ospita quattro templi romani risalenti all'età della Repubblica.
Il nome della piazza si riferisce alla Torre Argentina, così chiamata da Johannes Burchard (1445 circa - 1506, nome italianizzato Burcardo), che dal 1483 fu maestro di cerimonie di ben 5 papi (Sisto IV, Innocenzo VIII, Alessandro VI Borgia, Pio III e Giulio II).
L'alto prelato, che era nato a Strasburgo (Argentoratum in latino) e
perciò amava firmarsi Argentinus, aveva acquistato un terreni nella zona,
sui resti del Teatro di Pompeo, e, demolite le preesistenze medioevali, vi
aveva fatto costruire il proprio palazzo, detto appunto Casa del Burcardo,
in via del Sudario.
Dopo il 1730 la proprietà fu parzialmente utilizzata per la costruzione
del Teatro Argentina (perpetuando nel tempo la vocazione
"teatrale" della zona) e la torre, mozzata nell'800 e poi
incorporata in una sopraelevazione, è ormai irriconoscibile, ma ha
lasciato il nome alla piazza.
La torre che sorge nel Largo di Torre Argentina è la Torre del Papito, una torre di epoca medievale, che però non ha niente a che vedere con la "Torre Argentina".
Nel 1909 si decise di ricostruire alcune parti della capitale del nuovo Regno d'Italia, tra cui la zona di Torre Argentina. I piani prevedevano l'inclusione della Torre del Papito e dei resti di un tempio nei nuovi edifici che si sarebbe dovuto costruire nella zona, dopo aver demolito le costruzioni esistenti.
A seguito di questi lavori, tra cui la demolizione della chiesa di San Nicola de' Cesarini, furono ritrovati i resti marmorei di una statua colossale; da questi ritrovamenti presero le mosse approfonditi scavi archeologici che portarono alla luce un'area sacra, risalente all'epoca repubblicana.
La destinazione della zona ad area archeologica fu in dubbio finché si decise, sembra per intervento diretto di Benito Mussolini, di sistemare l'area per costituire il cosiddetto Foro Argentina, inaugurato dal duce nell'aprile del 1929.
Il palazzetto del Burcardo, restaurato, fu destinato ad ospitare la SIAE con annessi Museo del Teatro Nazionale e Biblioteca di Letteratura Teatrale.
I resti dei quattro templi sono designati con le lettere A, B, C e D in quanto non è determinato con certezza a chi fossero dedicati, e sorgono davanti ad una strada pavimentata, ricostruita in epoca imperiale dopo l'incendio dell'80 d.C.
Il Tempio A costruito nel III secolo a.C., probabilmente è il tempio di Giuturna, fatto costruire dopo la vittoria dei romani contro Cartagine nel 241 a.C.. Fu proprio su questo tempio che venne costruita la chiesa di San Nicola de' Cesarini, di cui sono ancora presenti alcuni resti.
Il Tempio B è l'unico dei quattro costruito su pianta circolare e oltre al basamento ne rimangono sei colonne; si ipotizza che corrisponda al tempio fatto costruire dal console Quinto Lutazio Catulo, collega di Gaio Mario, per celebrare la vittoria contro i Cimbri del 101 a.C. a Vercelli in Piemonte. Il tempio, Aedes Fortunae Huiusce Diei, cioè "La Fortuna del Giorno Presente", era appunto dedicato alla dea della fortuna, che doveva essere rappresentata dalla gigantesca statua i cui resti marmorei, oggi conservati nei Musei Capitolini, sono stati ritrovati accanto al tempio stesso. Di questa statua sono state ritrovate la testa, le armi e le gambe, perché di marmo, mentre le altre parti del corpo, coperte da una veste di bronzo, sono andate perdute.
Il Tempio C, il più antico dei quattro, risale al IV o III secolo a.C., e probabilemente era dedicato a Feronia, l'antica dea italica della fertilità. Dopo l'incedio dell'80 d.C., il tempio fu restaurato e a quel restauro risale il mosaico a tessere bianche e nere all'interno della cella del tempio.
Il Tempio D è il più grande dei quattro e si fa risalire al II secolo a.C. e si presume fosse dedicato ai Larii Permarini; solo una parte di questo tempio è stata scoperta, restando la maggior parte di questo sotto il piano stradale di Via Florida.
Dietro i templi B e C è visibile un grosso basamento di tufo, che si vuole identificare con la base della Curia di Pompeo, cioè il luogo dove si riunivano i senatori di Roma e dove fu ucciso Giulio Cesare.